Notte prima degli esami

scritto da ZioBlood il martedì, 17 giugno 2008,18:35
E' l'ultima notte questa, ragazzi. Si spegne un'era.
E con un esame diventiamo adulti.
Per l'ultima volta scriverò il mio saggio, mi alzerò dalla sedia e poserò il foglio sporco sulla cattedra.
Sì, avete ragione, forse non sarà l'ultima volta...ma è sicuramente l'ultima volta di un'epoca: dal primo giorno di scuola all'asilo, ad urlare "Mamma!"; alle notti pazze di Barcellona al quinto anno, ubriachi fino allo sfinimento.
Puf! Un esame e tutto va via.
Con un po' di malinconia sulle labbra.

BLUES

Ho salutato l'ultima alba
chiamandola per nome:
Blues.
Dietro si trascinava quintali di carne umana,
di birra,
di parole.
Ho teso la mano,
per fermarle.
Un vecchio mi ha detto:
"Non c'è niente che tu possa fare.
Solo piangere".

 
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B - L'Urlo della formica

scritto da ZioBlood il martedì, 29 aprile 2008,10:07
E' una poesia fondamentale questa nel mio breve e acerbo percorso poetico. E' stata la prima ad essere realmente apprezzata, e la prima su cui ho realmente faticato parecchio per cercare di renderla il più profonda possibile: Ho cercato di far trasparire attraverso le lettere d'inchiostro tutto l'orrore e la repellenza dei campi di concentramento nazisti; ho cercato di svelare il lato umano delle "larve" che vi abitavano dentro; e soprattutto ho cercato di ritrarre nella maniera più cruda possibile la crudeltà del processo di omologazione attutato da Hitler attraverso la cosiddetta "Soluzione Finale". Quest'ultimo punto in particolar modo è la parte più importante del componimento: Questa mia, infatti, vuole essere innanzitutto un inno alla diversità, all'irriproducibilità, all'unicità dell'individuo che troppo spesso nel corso dei secoli è stata calpesta senza alcun diritto, senza alcun rimorso.


L'URLO DELLA FORMICA
di
Carmelo Scaccia

Più delle botte che mi anneriscono il corpo,
più della fame che mi scava nel ventre,
più degli sputi che mi bagnano il viso,
sono questi numeri inchiodati nel polso
ad annullarmi,
cancellando il mio nome
e tramutandolo in una distesa infinita di segni
in cui annego fra muggiti di vetro
e sangue di bestie all’addiaccio
che mi rassomigliano.

 E’ da due mesi ormai
che quei numeri mi hanno preso per mano,
e mi affondano, ogni giorno di più,
là dove non c’è più colore;
là dove il mio essere unico al mondo
diventa una poltiglia di larve
col nome di “uomini”;
là dove Hitler cercò di creare il paradiso
su una distesa di ossa uguali...

 Mi rimane un unico urlo adesso,
prima che la neve mi affoghi
nel suo fetido grigiore che puzza di piscio:

 “Il mio nome è stato
e resterà per sempre Primo Rossi;
fui padre di 2 figli fuggiti per un camino
e marito di una moglie cattolica uccisa dall’ignoranza,
li amai tutti, uno per uno,
in quantità uguale ma in maniera diversa
rispettando le loro differenze:
Giorgio l’amai per il sorriso,
Lucia l’amai per la fragilità e la bellezza 
che custodivano le su fasce appena comprate
e Maria...Maria l’amai per i suoi seni,
per i suoi occhi,
per le sue labbra che profumavano di donna,
per la sua anima
e per il suo nome unico al mondo.”

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